"GIAN FRANCO GABALDO: QUANDO LA LUCE ALIMENTA LA PITTURA"
"CONTEMPORARY ART" è la testata di una importante Collettiva di Pittura, Scultura e Grafica tenutasi nel mese di Febbraio 2010 a VENEZIA presso la SCOLETTA S. Giovanni Battista e del SS. Sacramento, già Sede di eventi collaterali della scorsa Biennale d'Arte di Venezia 2009. Tra i 12 selezionatissimi partecipanti spiccava il nome di GIAN FRANCO GABALDO, eclettico Artista bolognese attualmente residente a Vicenza, per la qualità delle sue opere qui esposte che già al primo incontro "tradivano" una importante componente animistica capace di attrarre l'interesse dell'osservatore per quel saper concentrare nel connubio "luce-colore" una varietà di sentimenti che solitamente attraversano l'animo umano, oltre ciò alcuni dipinti apparivano completati da misteriosi simboli grafici sintesi perfette di filosofiche domande che ognuno di noi si pone, prima o poi, sulle ragioni della propria ed altrui esistenza.
Quando, successivamente, l'Artista mi ha chiesto di estendere un mio scritto onde palesare le mie impressioni sulla sua pittura ho sentito il dovere, e la necessità, di informarmi sul suo percorso artistico per poter disporre di sufficiente documentazione dalla quale trarre esaurienti idee al fine di tracciare un profilo il più completo possibile di questo interessante Pittore che basa il suo lavoro principalmente sulle emozioni che la vita ci propone e l'habitat che ci ospita sollecita.
Questa ricerca mi ha proiettato in un mondo le cui componenti "reali" si intersecano spesso con "proiezioni oniriche" creando di conseguenza un prodotto pittorico ricco di intuizioni meditative che rendono appieno il pensiero di GABALDO, sulla sua visione dei valori della Vita, portandolo ad esprimersi compiutamente ma nella maniera più semplice possibile.Ne fa testo un ciclo delle "quattro stagioni" in cui lo stato d'animo prodotto dalle variazioni fenomeniche della natura viene percepito, e qui declinato con uno stile "cubo-futurista" in cui la grafia si fa solo sostegno all'esplodere della luce che ammanta il gioco cromatico, come uno sciogliersi del segno nel magma dei colori varianti dai grigio-bruni dell'inverno alle pastosità giallo-verdine ed i sospirosi cilestrini ed i rosa della primavera che apre le porte all'irruenza degli infuocati rossi/arancioni e degli slanci dei bianchi abbacinanti dell'estate che tutto assolvono, per declinare poi dolcemente sulle terre marezzate e gli eleganti verdi, nello spegnersi delle cromie suadenti, con un ultimo sussulto di gioia, prima di cedere l'estremo calore autunnale alle insidie del buio invernale. Ebbene in queste quattro tele leggo tutta la sintesi morale dell'arte di Gian Franco GABALDO, la capacità di innervare in un dipinto la spiritualità che lo pervade, un sentimento dell'infinito alimentato da un pneuma che guida lo spettatore verso un traguardo ricco di suggestioni offerte dalla percezione di un senso panico della natura che, una volta ancora, ci appare come l'unica àncora salvifica della nostra avventura umana sempre più osteggiata da una quotidiana perdita di valori.
Nè altrimenti si pone alla nostra attenzione quando ogni "orpello" segnico svanisce dalla sua scrittura e tutto si gioca sulle vaste tonalità di colori che divengono sottili velature intersecate solamente da "intenzioni" luminose agenti sullo spazio della tela ove creano misteriosi movimenti opticals al cui interno la luce inventa ideali profondità, fughe verso mondi che non ci appartengono ma di cui sogniamo l'esistenza; percezioni che l'Artista sente nascere all'interno del suo essere le quali gli appaiono come sviluppi di un suo ricercare nuovi metodi espressivi in grado di fornirgli stimoli per misurarsi con se stesso, in quel continuo avanzare verso la perfezione che ogni artefice di "bellezza" insegue tutta la vita. Poi anche i sottili frammenti di luce scompaiono e lo spazio sulla tela si fa infinito, albore cromatico fecondato allora unicamente da un chiarore intimo, quasi misterioso, nelle cui fibre si ritrova idealmente una metafisica situazione luminosa. Si percepisce qui lo struggente bisogno di "astrazione": ridurre ogni pensiero ad un semplice monocromo , un avvicinamento all'Assoluto, a quella situazione di trascendenza che sola può far vibrare l'animo, assolvendo ogni peccato di materialismo per aprire all'Autore le porte della purezza fino ad arrivare all'imprescindibilità di "un'espressione semplice per un pensiero complesso". Qui, arrivato al centro del "bosco sacro" ove regna sovrana la " kallos ", l'Artista sente di aver raggiunto il vertice della piramide, la "punta d'oro" oltre la quale si sale nelle apollinee stanze ove aleggiano solo pensieri positivi, gli umori e le trepidazioni si trasformano in impressioni aleatorie, in liriche visioni dal significato universale.
Dobbiamo, tuttavia, per capire a fondo il percorso artistico di Gian Franco GABALDO, fare un salto indietro nel tempo, quando iniziò la sua "avventura" artistica.
Al principio era un figurativismo pacato, privo di ansie, declinato sulla tela con dolci scansioni ricche di sfumature rinascimentali, una realtà stratificata nella poesia in cui una luce dalle modulazioni metafisiche esplora le intimità dei fiori, degli alberi ( cfr.: Del platano di contrà cantarane ), con leggerezza senza intervenire sulle rime del poema; una Natura platonica (cfr.: Tramonto et Migrazione ), ricca di quel chiarismo e di un colorismo tipicamente veneti, percepita con l'animo piuttosto che con la razionalità impressionistica, sapendone cogliere, appieno, il più segreto afflato, il brivido esistenziale di un creato ancora allo stato edenico, antecedente alla caduta nelle spire del serpente che avrebbe stravolto ogni generazione futura. L'apparire della figura umana in alcune di queste opere del periodo ( cfr.: Le tre donne di Boccioni et Una luce ), nulla toglie alla compostezza della proposta pittorica che mantiene una misteriosa aura ancora intrisa di chiarorità animistica, una misura dechirichiana destinata a sondare i misteri dell'esistenza. Talvolta GABALDO si intrattiene con simboliche visioni ( cfr.: La recita del sole nero et Non casca il mondo ) ove Egli agita onirici fantasmi dalla cui presenza possiamo trarre pensieri travalicanti il confine dell'ovvio per avviarci allo studio della psiche umana pervasa di sogni premonitori e, talvolta, di paurosi incubi notturni. In questo trascorrere di ideali incontri con la Natura, sua privilegiata referente, gli occorre di imbattersi in momenti tragici che gli appaiono quali grida di aiuto e di cui si fa portavoce con profetiche visioni ( cfr.: TRASH ) ove, suo malgrado, non cede il passo ad una violenza immaginativa, ma elabora semplicemente il concetto palesandolo a mezzo di una pittura rispettosa del suo linguaggio sempre ricco di mistici bagliori e persuasivi contrasti cromatici.
Continuando nel suo itinerario di ricerca GIAN FRANCO si alimenta di nuove percezioni che lo aiutano a dar vita ad un inedito periodo della sua attività artistica ( 2008 / 2009 ), ove inizialmente i ricordi iconici e naturalistici si trasformano in sintesi cromatiche e segniche che mantengono ideali ricordi collegati ad una "verità" onirica, ma ormai sfuggente a qualsiasi schema figurativo ( cfr.: I COLORI SUL VUOTO ) che non sia puramente mnemonico di una tangibilità cancellata; ma il tragitto non è completato: bisogna arrivare alla sobrietà delle " Geometrie del colore " per intuire " in toto " lo sforzo dell'Artista di immedesimarsi nella trasparenza delle cromie che si fanno luce e viceversa ( cfr.: Astratte stagioni - astratti colori et Apocalittico soft ). A questo punto l'immaginario cerchio si chiude, alle soglie di una astrazione addensata di spiritualità premonitrice.
Il lungo cammino sulle tracce di GABALDO termina qui, almeno per ora, e al di la dei linguaggi usati dall'Artista per esprimere pensieri, emozioni e stati d'animo, credo di aver intuito quale sia il comun denominatore che lo guida in tutte le sue indagini: ciò che più gli appartiene è il senso della LUCE la quale, come un filo d'Arianna, lo aiuta a ritrovare pur sempre la via del ritorno, il raggiungimento del meritato riposo in seno ad una pittura degna di essere studiata, quasi ascoltata, immersa com'è in un andamento musicale che dal "pianissimo" si alza fino al "fortissimo" di uno spartito beethoviano conclusivo di tutti i sentimenti umani.
Venezia, Aprile 2010
Giorgio Pilla - Critico d'Arte
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